Due Stati? Prima diteci chi governa, chi disarma Hamas e chi garantisce Israele
- Maurizio Zilio
- 23 mag
- Tempo di lettura: 5 min
Quando si parla di due Stati, Israele e Palestina, la discussione spesso diventa immediatamente emotiva, ideologica, diplomatica. Tutti ripetono la formula: “due popoli, due Stati”.Ma la domanda che pochi vogliono affrontare è molto più concreta:
quale Stato palestinese, guidato da chi, armato da chi, controllato da chi e con quali garanzie per Israele?
Perché la pace non si costruisce con una frase ripetuta nei convegni internazionali. La pace si costruisce con governi credibili, confini controllati, sicurezza reale, disarmo delle milizie e responsabilità politica.
E oggi questi nodi restano tutti aperti.
La domanda scomoda: chi vuole davvero due Stati nel mondo palestinese?
La prima domanda è semplice ma fondamentale: chi, oggi, nel mondo palestinese, vuole davvero due Stati?
Non basta che lo dicano l’ONU, l’Europa, alcuni governi occidentali o una parte della diplomazia internazionale. Una soluzione politica può funzionare solo se viene accettata da chi dovrà viverla, governarla e rispettarla.
Negli anni sono state avanzate più proposte legate alla soluzione dei due Stati. Il problema è che ogni proposta, per diventare realtà, deve rispondere a una questione preliminare: esiste una leadership palestinese realmente disposta ad accettare Israele come Stato legittimo, definitivo e non provvisorio?
Senza questa risposta, tutto il resto rischia di diventare retorica.
Hamas non può essere parte del futuro governo palestinese

Il punto centrale è questo: Hamas non può essere considerata una forza politica accettabile per costruire uno Stato palestinese credibile.
Dopo il massacro del 7 ottobre 2023, parlare di Hamas come possibile soggetto politico ordinario significa ignorare la natura dell’organizzazione, le sue azioni e il suo ruolo nella destabilizzazione dell’intera area.
L’attacco del 7 ottobre 2023, condotto da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi, ha causato circa 1.200 morti e il rapimento di oltre 250 ostaggi, secondo ricostruzioni internazionali e fonti ufficiali. Human Rights Watch ha definito numerosi atti compiuti durante quell’assalto come crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Una forza che ha costruito la propria strategia sulla violenza terroristica, sul rapimento di civili e sulla guerra permanente non può essere il pilastro di un futuro Stato.
Due Stati senza disarmo? Una bomba a tempo
Chi parla di due Stati deve avere il coraggio di rispondere anche a un’altra domanda: Hamas verrebbe disarmata oppure resterebbe armata dentro il futuro Stato palestinese?
Perché se Hamas resta armata, allora non si sta parlando di uno Stato sovrano normale. Si sta parlando di un territorio con un governo formale e una forza armata parallela, ideologica, autonoma e potenzialmente ostile.
Uno Stato non può nascere con più centri di potere armato.
Non può esserci un governo ufficiale e, nello stesso tempo, una milizia che decide quando attaccare, quando rapire, quando lanciare razzi, quando sabotare ogni processo politico.
La formula dovrebbe essere chiara:
uno Stato, un governo, una legge, una sola forza armata legittima.
Non è un dettaglio tecnico. È il punto decisivo.
Chi dovrebbe governare la Palestina?
La seconda domanda è ancora più delicata: chi dovrebbe governare uno Stato palestinese?
Una leadership credibile dovrebbe garantire almeno alcuni elementi essenziali:
riconoscimento reale di Israele;
rinuncia alla lotta armata;
controllo effettivo del territorio;
disarmo delle milizie;
protezione dei civili;
educazione alla convivenza e non all’odio;
rapporti internazionali trasparenti;
forze di sicurezza verificabili;
responsabilità politica verso il proprio popolo.
Senza questi elementi, uno Stato palestinese rischierebbe di nascere già fragile, infiltrato o condizionato da gruppi radicali.
E a quel punto la domanda israeliana diventerebbe inevitabile: perché Israele dovrebbe accettare ai propri confini una struttura statale incapace di impedire nuovi attacchi?
La sicurezza di Israele non è un dettaglio negoziabile
Spesso, nel dibattito pubblico, la sicurezza di Israele viene trattata come un ostacolo politico. In realtà è una condizione minima.
Dopo il 7 ottobre, Israele non può ragionare sulla base di promesse generiche. Deve ragionare su garanzie concrete.
Chi controlla i confini?
Chi controlla le armi?
Chi impedisce il riarmo?
Chi verifica che Hamas non rientri nel potere sotto altro nome?
Chi garantisce che scuole, moschee, associazioni e strutture politiche non diventino strumenti di radicalizzazione?
Chi interviene se una futura autorità palestinese perde il controllo del territorio?
Queste non sono domande estremiste. Sono domande normali per chiunque voglia parlare seriamente di sicurezza.
La comunità internazionale deve smettere di vendere slogan
La comunità internazionale continua a rilanciare la soluzione dei due Stati come unica via politica. Anche documenti e iniziative recenti hanno parlato di Stato palestinese, disarmo di Hamas ed esclusione di Hamas da future forme di governo.
Ma proprio qui sta il problema: dire che Hamas deve essere esclusa è facile; spiegare come farlo è molto più difficile.
Chi lo fa?
Con quali forze?
Con quale consenso palestinese?
Con quale controllo internazionale?
Con quale capacità reale di impedire che Hamas torni attraverso elezioni, intimidazioni, milizie o reti sociali?
Se queste risposte mancano, la soluzione dei due Stati resta un titolo da conferenza stampa.
Il nodo palestinese interno: chi rappresenta davvero quel popolo?
Esiste anche un tema che riguarda direttamente i palestinesi: chi li rappresenta davvero?
Il popolo palestinese ha diritto a una prospettiva politica, a una vita dignitosa, a sicurezza, sviluppo e autodeterminazione. Ma proprio per questo non può essere lasciato ostaggio di organizzazioni che trasformano la causa palestinese in una guerra permanente.
Un progetto serio dovrebbe partire da qui: separare la legittima aspirazione del popolo palestinese da chi usa quella causa come copertura per terrorismo, potere militare e ideologia distruttiva.
La domanda quindi non è solo cosa accetterà Israele.
La domanda è anche: quale progetto vogliono davvero i palestinesi?
Uno Stato per vivere accanto a Israele o uno Stato usato come fase intermedia per continuare il conflitto?
Senza un progetto palestinese credibile, i due Stati restano propaganda
La verità è che oggi manca un progetto chiaro, credibile e verificabile.
Non basta dire “due Stati”.
Bisogna dire:
chi governa;
chi disarma Hamas;
chi controlla Gaza;
chi controlla la Cisgiordania;
chi gestisce i confini;
chi forma le forze di sicurezza;
chi impedisce il terrorismo;
chi garantisce gli ostaggi e i civili;
chi educa alla convivenza;
chi riconosce Israele senza ambiguità;
chi risponde se gli accordi vengono violati.
Senza tutto questo, parlare di pace significa parlare di un desiderio, non di un piano.
Pace sì, ingenuità no
La pace resta l’obiettivo. Ma la pace non può essere costruita sull’ingenuità.
Non può nascere lasciando Hamas armata.
Non può nascere fingendo che il 7 ottobre non abbia cambiato tutto.
Non può nascere senza una leadership palestinese capace di dire chiaramente: il terrorismo è finito, Israele ha diritto a esistere, le milizie devono deporre le armi, il futuro non può essere costruito sui rapimenti e sui massacri.
Solo allora la formula dei due Stati potrà diventare un progetto politico.
Fino ad allora resta una domanda aperta.
E forse la domanda più importante non è: due Stati sì o no?
La domanda vera è:
quale Stato palestinese, guidato da chi, con quali garanzie, con quale sicurezza e con quale reale volontà di convivere con Israele?

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